Oratori - A.Marvelli - Beato A. Marvelli - La biografia

 

Se desideri conoscere questo nostro amico, ti proponiamo la sua vita attraverso un percorso che segna le grandi tappe della sua vicenda umana e cristiana.

 

ALL’ORATORIO SALESIANO

alberto

La morte del babbo, avvenuta improvvisamente il 7 marzo 1933, mette a dura prova la fede e l’equilibrio affettivo di Alberto, ma è anche un momento di maturazione: sarà Alberto a sostenere la madre e i fratelli, diventando quasi un secondo padre per tutta la famiglia.

Nella sua parrocchia; Maria Ausiliatrice, tenuta dai Salesiani, esiste un fiorente oratorio, frequentato da quasi tutti i ragazzi della zona.

Alberto si iscrive subito alla Gioventù Cattolica Italiana del circolo “D. Bosco” e inizia a frequentare assiduamente l'oratorio. All'azione formatrice della famiglia si aggiunge ora quella dell'oratorio, che avrà un grande influsso sulla sua vita spirituale e apostolica. Nell'ambiente salesiano si vive un'atmosfera di grande fervore religioso e di profonda spiritualità. I Salesiani vigilano sui ragazzi, animano i giochi, correggono i difetti con bontà, prevengono disordini e litigi, cercano di creare nell’ambiente dell’oratorio una vita serena e gioiosa, ricca di attività. Il principio pedagogico è: "Mettere il giovane nella morale impossibilità di peccare".

La matrice della formazione umana, apostolica, spirituale di Alberto è salesiana. I Salesiani capiscono subito di che stoffa è fatto; lo impegnano, gli danno fiducia, lo guidano sulla via della crescita spirituale. A quindici anni è già delegato aspiranti e generoso animatore dell'oratorio. Lavora col massimo impegno in mezzo ai ragazzi, animandoli entro una giusta visione del gioco e del divertimento, cercando di offrire loro molte possibilità di incontro.

Sempre con l'obiettivo di coinvolgere il più possibile i giovani, di far vivere i momenti più importanti della loro crescita in comunità, aveva anche promosso la colazione dopo la Messa domenicale; uscendo dalla Chiesa li aspettava con la cesta colma di panini imbottiti.

Alberto prega con raccoglimento, fa catechismo con convinzione, manifesta zelo, carità, serenità, purezza. Emerge fra tutti i buoni giovani dell'oratorio per le sue virtù non comuni e per l'apparente facilità e naturalezza con cui fa anche le cose più difficili.

Fra i giovani dell'oratorio circola la Vita del giovanetto Domenico Savio scritta da don Bosco. Quando il 9 luglio 1933 Pio XI proclama l'eroicità delle virtù del venerabile Domenico Savio, il fatto suscita vasta eco nell'ambiente salesiano e influisce profondamente sull'animo di Alberto adolescente. Ne troviamo traccia nel suo comportamento e nel suo Diario. Scrive l'8 dicembre 1934 "Ho consacrato il mio cuore a Maria Immacolata" e a Pasqua del 1935 "Gesù, piuttosto morire che peccare"; a questa esclamazione fa seguire un dettagliato programma di vita.

Così aveva fatto Domenico Savio. Da lui mutuò certamente anche l’amore per l’eucarestia e lo stile apostolico del servizio e del sorriso.

 

AMAVA LO SPORT

la bicicletta

La bicicletta

Alberto aveva un fisico forte, robusto, sano. Perciò esprimeva nelle attività sportive tutta la sua naturale esuberanza. Amava tutte le discipline: il tennis, la pallavolo, l'atletica, il ciclismo, il calcio, il nuoto, la vela, praticata "con un vecchio moscone arrangiato in famiglia".

Spesso nel periodo estivo, tornando a casa dalla scuola o dal lavoro, pregava la mamma di posticipare il pranzo per potersi recare a spiaggia e fare una nuotata o una remata col moscone. “Le eccezionali qualità psicofisiche potevano farlo emergere in qualsiasi disciplina agonistica, ma lo sport per lui era solo un mezzo per affinare certe qualità del carattere, per scuotere la pigrizia, per fortificare la personalità". Perciò univa all'amore per lo sport una grande austerità: fumava raramente, moderato al massimo nei cibi e nelle bevande: non beveva né vino, né liquori. In quaresima usava scarsamente del cibo per osservare la legge del digiuno. Viveva lo sport non fine a se stesso, ma come “mezzo di ascesa a Dio", come "igiene del corpo e dell'anima".

Per questo - come ricorda Bruno Maggiori - visitando la sede dei giovani di Azione Cattolica della parrocchia del Duomo, si mostrò compiaciuto nel vedere che su una parete campeggiava il motto Mens sana in corpore sano. Elogiò i giovani che l'avevano scritto e li esortò a vivere secondo l'antica massima: curando lo spirito senza trascurare la salute fisica.

Lo sport di gran lunga più praticato era il ciclismo, e non solo per passione.

Se un pittore dovesse fare un ritratto di Alberto, dovrebbe dipingerlo in bicicletta. Per sport, per necessità, per apostolato si affidava sempre alle due ruote. In bicicletta andava fino a Bologna, Arezzo, Firenze, nel Bergamasco. Percorreva chilometri e chilometri, spinto dall'amicizia, dall'apostolato, dalla passione per il ciclismo. Era capace di percorrere più di cento chilometri in un solo giorno: ce ne fa fede la sua agenda, dove nota minuziosamente i suoi viaggi. Durante l'estate organizzava gite in bicicletta con gli amici dell'oratorio salesiano: cercava di sottrarli all'ozio della vita di spiaggia.

Nell’agosto del 1935 Alberto passa un mese in montagna, ad Ortisei, in Val Gardena. E’ la prima volta che prende contatto con la bellezza dei monti dolomitici e ne rimane entusiasta. Di fronte alla bellezza delle montagne, alla maestà delle vette, alle cascate che sgorgano dalla roccia, ai fiori che colorano i prati Alberto rivela una straordinaria sensibilità. Sa vibrare di intensa commozione di fronte a tutto ciò che è bello e che gli ispira sentimenti di lode e di santità. Il suo occhio puro ammira le opere di Dio e, al di là del visibile, contempla la presenza amorosa e creatrice di Dio. Guarda la roccia viva che pare muoversi davanti ai suoi occhi; ascolta nel silenzio il linguaggio degli uccelli, dei boschi, dei fiori.”

Dalla contemplazione della montagna sale alla meditazione dell’Assoluto; l’amore del suo cuore tocca le sublimi altezze del desiderio di Dio e del Paradiso.

 

IL SUO DIARIO

la famiglia Marvelli al mare

La famiglia Marvelli

Oltre alle lettere, circa una settantina, lo scritto più importante che possediamo è il suo Diario, pubblicato dopo la sua morte. L’aveva iniziato a quindici anni nel 1933, poco dopo la morte del padre e ad esso affidava pensieri, riflessioni, preghiere. E’ per noi preziosissima testimonianza della sua vita interiore, della profondità del suo rapporto con Dio. E’ composto di 57 pagine, scritte su una comune agenda. L’andamento è discontinuo: Alberto scrive a scadenze lunghe e quando ne sente la necessità. Sette pagine nel periodo dell’adolescenza; venti nel 1938, quando ha venti anni; ventisei fino al 1942. Poi una lunga pausa di quattro anni; le ultime quattro pagine sono del 23 agosto 1946, a due mesi dalla morte. Nel Diario annota i sentimenti, i propositi, le aspirazioni che animavano e ispiravano la sua vita di laico cristiano. Esprime con semplicità e spontaneità quelli che sono stati nel corso della sua esistenza i motivi più profondi, che hanno improntato la sua vita spirituale, sia nell’intimità del rapporto con Dio, sia nel rapporto con gli altri nell’impegno della attività apostolica. Il Diario è la storia della sua vita interiore, del suo cammino spirituale, della sua esperienza di Dio, della sua preghiera: “la storia di un’anima è la storia della sua vita di preghiera”.

“Nel Diario non ci sono note riguardanti le attività, l’apostolato; cenni fuggevoli agli studi; tutta l’attenzione, in queste fitte paginette, è rivolta al Signore. Sono pagine di colloquio intimo, di adorazione intensa. Il linguaggio è ricco di sfumature. L’anima si accosta sempre più al Signore, e lo scambio tra la grazia e l’anima è costante e crescente”.

Incontri, date, persone, avvenimenti storici sono riportati solo per farli oggetto di meditazione, di riflessione alla luce della parola di Dio, di preghiera.

Parla di se stesso con sincerità e spontaneità, ogni qualvolta sente il bisogno di “fare il punto” sul suo cammino. E’ un esame dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti manifestati dinanzi al Signore, nel nascondimento e nel silenzio della propria coscienza, che rivela una lucida capacità di analisi della propria interiorità, sempre in costante confronto con la volontà di Dio. Per questo il Diario può definirsi una “meditazione orante”, perché anche quando Alberto parla di se stesso, il centro della sua riflessione è sempre Dio. Alberto scrive per un impulso interiore, senza pretese letterarie; si esprime dunque con lo stile e il lessico caratteristico della spiritualità del suo tempo. Ma, come succede per tutto ciò che è autentico, è facile andare oltre la lettera per cogliere la “modernità” della sua esperienza: la semplice e forte disponibilità a lasciarsi plasmare dalla grazia, la fede che diventa operante nella carità.

Nelle ultime pagine del Diario, dopo una sosta di cinque anni, leggiamo: ”Riprendo in mano questo Diario dopo cinque anni che è rimasto in un cassetto fra i libri. Mi era tanto caro negli anni dell’Università; mi ci rifugiavo spesso quando mi sentivo solo, e addolorato o felice; mi sembrava allora quasi una necessità: ed invece sono passati gli anni, molti, senza che aggiungessi una parola”.

In quegli anni di silenzio sul Diario, Alberto aveva scritto non con la penna, ma con la sua testimonianza. Furono gli anni più intensi del suo impegno spirituale, sociale e politico.

 

INNAMORATO DELL’EUCARISTIA

alberto

Scrive sul suo Diario, nell’estate del 1937: “Da questo mese, o Signore, un’altra vita, la vera vita si inizia e desidero ad ogni costo seguirla. Aspirazione alla purezza, desiderio di apostolato, brama dell’Eucarestia, necessità di vita interiore, di raccoglimento, di studio, di santi e nobili propositi, di costanza nel bene, di spontaneità nella carica”. Numerose pagine del Diario ci danno la misura della sua vita interiore e indicano nell’Eucarestia, sentita come presenza viva di Dio nella storia del mondo, la fonte da cui attingere forza ed energia per l’instancabile impegno verso gli altri. “Tutto il mio essere è pervaso dall’amore di Dio, in quanto egli viene in me col suo corpo e con la sua anima e divinizza tutto il mio corpo, i miei pensieri, le mie azioni, le mie parole”. Quello dell’Eucarestia era tra i carismi particolari di Alberto. “Aveva il carisma dell’Eucarestia”. La spiritualità di Alberto è cristocentrica ed eucaristica. Aveva iniziato a ricevere l’Eucarestia ogni giorno, forse già a quindici anni; si confessava tutti i sabati, attendeva al servizio liturgico della Messa. A diciassette anni scrive nel Diario: “Oh ! se mi riuscisse di comunicarmi tutti i giorni !”. E a diciotto anni: “Oh Gesù. che cerco di ricevere tutti i giorni in me”. Aveva piena coscienza della grandezza del mistero eucaristico: dopo aver ricevuto l’Eucarestia si fermava a lungo in chiesa, in ginocchio, raccolto e immobile.

Alberto è innamorato dell’Eucarestia. Non c’è per lui gioia più grande sulla terra della contemplazione di Gesù, ricevuto nel proprio cuore. “Che cosa sono i divertimenti del mondo - scrive a diciannove anni - in confronto alla gioia che Tu procuri a chi ti ama ? Che cosa sono il piacere, il divertimento fittizio in paragone del puro e sublime benessere che uno prova contemplandoti e ricevendoti in se stesso, nel suo cuore ? Men che nulla”. Attraverso l’Eucarestia entra in profonda intimità con Cristo in una preghiera fatta di silenzio e di ascolto, che noi possiamo solo intravedere attraverso le parole del Diario.

L’intimità con Gesù eucaristico, la contemplazione della presenza reale di Gesù “ricevuto nel cuore” non diventa mai ripiegamento su se stesso, comodo rifugio dalle responsabilità, alienazione dalla storia. Alberto gode della presenza di Cristo, come dono inestimabile, guarda al divino come risposta ad una personale aspirazione alla pienezza, ma quando avverte che il mondo attorno a lui è sotto il segno dell’ingiustizia, della povertà, del peccato, allora l’Eucarestia diventa forza per intraprendere un lavoro di redenzione, di liberazione, capace di umanizzare la faccia della terra.

Tutta la sua vita è una testimonianza della forza promanante dall’Eucarestia, sostegno del suo impegno nella storia, a servizio dei fratelli. L’Eucarestia è dono, perché noi diventiamo il Corpo di Cristo, anzi perché noi diventiamo il corpo donato, sacrificato di Cristo. L’Eucarestia diventa “vera” nella misura in cui la nostra vita viene trasformata in dono, in servizio. Non è possibile dissociare l’amore all’Eucarestia dall’amore del prossimo.

 

PRESIDENTE DEI LAUREATI CATTOLICI

Alberto universitario

Alberto universitario

La prima riunione del gruppo si tenne nel settembre del 1945 e l’ultima, presieduta da Alberto, nel settembre del 1946. In un solo anno il gruppo fiorì in molteplici attività.

Alberto si mette subito all’opera; ha accanto a sé un gruppo di validi collaboratori. Inizia, attraverso conferenze e “tavole rotonde” un serio lavoro culturale, orientato ad una presa di coscienza del significato umano e cristiano della libertà e della democrazia. Promuove manifestazioni culturali a livello cittadino, che rispondono agli interessi e ai problemi più sentiti nel momento. Il denominatore comune è sempre la visione cristiana dei fatti culturali e l’ispirazione cristiana della vita sociale: “La funzione sociale della proprietà”, “La funzione sociale della cultura”, “La missione della scuola”, il corso di religione su “il Regno di Dio”. Tra gli oratori: Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira , Guido Gonella, Raimondo Manzini, don Sergio Pignedoli e il Vescovo mons. Santa. Nel giro di pochi mesi si avvia una seria revisione della cultura sociale e politica, in chiave evangelica, frantumando vecchie ideologie e aprendo nuovi orizzonti.

Le riunioni si tenevano nel vecchio Vescovado, poi nella sagrestia di S. Croce in via Serpieri, ogni sabato; il primo sabato del mese si faceva l’ora di adorazione, sempre guidata dal Vescovo. Non solo gli ottanta iscritti, ma tutti i laureati di Rimini partecipavano questi incontri: avvocati, professori, medici, magistrati.

Alcuni degli incontri promossi dai laureati rimasero memorabili e lasciarono larga eco nella stampa locale. Quando padre Riccardo Lombardi, nell’aprile del ‘46, tenne una serie di riflessioni sul tema “Il cristianesimo e l’Italia”, i partecipanti furono tanti che si dovette trasferire l’iniziativa dal Ridotto del teatro alla chiesa di S. Agostino. Alberto curava l’organizzazione con molta precisione, occupandosi perfino degli altoparlanti che allora erano difficili a reperire e proprio per questo diventavano il bersaglio preferito dei sabotaggi degli avversari. Qualche volta poteva capitare che i comunisti andassero per cercare lo scontro e finissero per applaudire l’oratore! Successe al dottor Luciano Vignati che aveva parlato sui problemi della medicina e dell’igiene pubblica. Alberto glielo fece notare con un sorriso di gioia.

La conferenza dell’avvocato Oreste Cavallari, grande invalido di guerra, sul tema “il mondo d’oggi” ebbe grande successo, tanto che fu poi pubblicata in un fascicolo, a cura dei laureati cattolici.

“Non bisogna portare la cultura solo agli intellettuali, ma a tutto il popolo”: i Laureati devono assumersi questo impegno. Nell’inverno del ‘45-’46, memore dell’analoga iniziativa di Igino Righetti nel 1923, Alberto dà vita ad una Università popolare, coll’intento di divulgare la cultura, coinvolgendo tutta la comunità cittadina. Organizza la pasqua degli operai, con un nuovo metodo di approccio; non si invitano gli operai a venire in chiesa, ma si va da loro, all’uscita dai cantieri, dalle fabbriche e dai laboratori femminili. Si forma un capannello, si ascolta, si discute. Alberto impegna in questa attività tutti i laureati cattolici. Nell’estate del ‘46 alla ripresa del turismo, Alberto, che nel Diario aveva denunciato i pericoli morali e spirituali della vita di spiaggia, sente che bisogna agire anche in questo settore. Nasce così la Settimana cristiana del mare: si organizzano incontri con i turisti negli alberghi della riviera. Nel periodo estivo i laureati fanno la lettura della Lettera ai Romani e Alberto commenta la seconda parte della lettera, dimostrando una profonda conoscenza della teologia di San Paolo.

La guerra ha lasciato sulla strada molti relitti umani: barboni, poveri, sbandati, senza tetto. Anche a loro, anzi soprattutto a loro, va annunciato il Regno di Dio. Sull’esempio di quanto aveva fatto Giorgio La Pira a Firenze, Alberto organizza a Rimini la Messa e la mensa del povero. Si incominciò la domenica 9 dicembre 1945. Non c’erano mezzi; la cassiera del gruppo era preoccupata, ma Alberto con sicurezza aveva detto: “Cominciamo con la questua in chiesa, poi vedremo”. A volte, il deficit era considerevole. Alberto ripeteva, stringendosi nelle spalle: “Verranno, i denari! Di che cosa ha paura? Dia pure! I soldi vengono sempre”.

La S. Messa si celebrava alle 9.30 a S. Croce. Al gruppo dei laureati si univa il gruppo, sempre più numeroso, di persone che la guerra aveva ridotto ai margini della società, bisognose di tutto. Alberto, vicino alla balaustra o a metà della chiesa, in modo che tutti potessero sentirlo, guidava la Messa. Le sue parole erano sempre molto coinvolgenti, piene di conforto e di speranza. Capitò anche che un morfinomane rinunciasse alla fiala di droga mettendola nella borsa della questua. Dopo la Messa i laureati si fermavano con tutti, a prendere nota delle necessità di ognuno; Alberto distribuiva i buoni mensa con quella sua grazia schiva che rendeva tanto accetto il dono. Molte persone che seguivano la Messa uscivano di chiesa con gli occhi lucidi. “E’ un santo che prega” diceva l’avvocato Bonini e monsignor Santa: “Sapeva insegnare ai poveri a pregare”. Più tardi alla mensa, nei locali delle ACLI, Alberto serviva i commensali, scodellando minestre e dimostrandosi felice solo quando li vedeva soddisfatti nelle loro necessità. Mangiava con loro, li ascoltava, dialogava, prendeva appunti delle loro richieste.

A Pasqua si organizzò il pranzo per tutti i poveri, che ormai erano diventati centinaio. Alla fine del pranzo Alberto disse alcune parole che commossero tutti: “Noi laureati non siamo quelli che donano; i veri donatori siete voi che con le sofferenze e gli stenti della vita ci insegnate come si soffre e ci permettete di manifestarvi il nostro amore”. Ormai i poveri erano diventati tutti suoi amici: avevano trovato in lui un aiuto sincero e disinteressato.

 

RIMINI SOTTO LE BOMBE

Alberto militare

Alberto militare

“Il 1 novembre 1943 diciotto cacciabombardieri inglesi, divisi in tre squadriglie rovesciano su Rimini - praticamente indifesa e priva di rifugi sicuri - una valanga di bombe da levante a ponente. Sono colpiti il parco locomotive, la stazione ferroviaria, alcuni quartieri della marina e del centro. Bilancio dell’incursione: 92 morti e 142 feriti”. E’ l’inizio di un martirio che durerà fino al 21 settembre 1944 con 396 incursioni aeree e 15 bombardamenti navali, con un totale di 607 morti tra la popolazione civile. “Saranno 10 mesi di straziante agonia. Miseria. Fame. Sequestri. Saccheggi. Vessazioni. Rastrellamenti. Vendette. Il 98% dei fabbricati risulterà distrutto o danneggiato”. I bombardamenti, fra il 27 e il 30 dicembre, sono i più pesanti e riducono Rimini ad una città morta. Non vengono risparmiati ospedali e case di cura, nonostante i contrassegni ben visibili; né i monumenti storici della città. Il bombardamento del 29 gennaio 1944 distrusse anche il Tempio Malatestiano. La gente sfolla dalla città; molti si fermano nei paesi di periferia, altri fuggono più lontano. Anche la famiglia Marvelli sfolla a Vergiano, una collina a 5 chilometri da Rimini

Alberto comincia una intensa opera di assistenza morale e materiale agli sfollati e un continuo pellegrinare in bicicletta da Vergiano a Rimini, dopo ogni bombardamento, per portare aiuto, ovunque ce ne sia bisogno. Se qualcuno doveva soffrire, ecco, era pronto lui; ma che gli altri fossero lasciati liberi! Questo desiderio di bene per gli altri e, se mai, di sofferenza per sé, non lo troviamo solo scritto nelle sue note di qualche anno avanti: lo scriveva ogni giorno con la vita, che aveva un eroico tono quotidiano. Dopo ogni bombardamento, Alberto era il primo a correre in soccorso: sempre presente là dove il pericolo era maggiore; piombava sulla città fumante e si prodigava per soccorrere i feriti, incoraggiare i superstiti, assistere cristianamente i moribondi, sottrarre alle macerie quelli che erano rimasti o bloccati o sepolti vivi, aiutare i feriti, mettere in salvo le masserizie. Era un impegno dei giovani di Azione Cattolica. Il presidente diocesano Luigi Zangheri raccoglieva i giovani disponibili per inviarli a portare soccorso nelle zone della città più colpite dai bombardamenti.

“Distribuiva ai poveri tutto quello che aveva e che riusciva a raccogliere” dice la signora Eva Manuzzi Capelli. Alberto si recava dai contadini e negozianti sfollati, che avevano messo in salvo la loro merce. Comperava, pagando del suo, ogni genere di viveri. Poi con la bicicletta carica di sporte andava dove sapeva che c’era fame, malattia, bisogno. Non aspettava che altri chiedessero, era lui a scovare i casi di bisogno, nelle grotte, nei rifugi, nelle soffitte o nei casolari dispersi nella campagna. I racconti della sua generosa cordialità sono ancora carichi di commossa gratitudine.

Insisteva presso la mamma perché desse la loro roba a chi ne aveva maggiormente bisogno. Così furono regalati materassi, coperte, pentole. Donava tutto perché i bisogni e le povertà che vedeva accanto a sé, non gli permettevano alcun attaccamento alle cose. Donò la sua bicicletta e tutte quelle del centro diocesano di Azione Cattolica, che servivano per la propaganda, ad operai perché potessero recarsi al lavoro. Era riuscito a rimediare tubetti di mastice, allora introvabili a Rimini, e li distribuiva agli operai e agli amici che avevano necessità di usare la bicicletta: unico mezzo di trasporto in quell’epoca, per la quale però era impossibile trovare camere d’aria e copertoni.

Donò reti, materassi, pentolame e tutto l’arredamento della Casa dei ritiri di viale Ariosto, col consenso di mons. Emilio Pasolini, direttore della casa. Donò le sue scarpe, i suoi vestiti, la sua coperta di lana. Non ebbe misura nel donare, perché le necessità erano smisurate. Un giorno si presentarono in casa due soldati italiani che erano fuggiti e cercavano di raggiungere l’alta Italia. Uno era senza scarpe, perché non aveva avuto il coraggio di toglierle ai morti, incontrati per via. Alberto guarda le proprie scarpe, poi i piedi del soldato e dice “gli possono andar bene”. Quella sera la madre se lo vide tornare a casa con un paio di vecchi zoccoli.

E non fu la sola volta!

 

UN CRISTIANO IN POLITICA

alberto

Quando nel 1945 o, forse, nel settembre del ‘44, Benigno Zaccagini gli propose di lavorare nel partito della Democrazia Cristiana, Alberto rispose “che non aveva obbiezioni di principio, che ci avrebbe riflettuto, ma che si sentiva già molto impegnato in un’azione più concreta ed immediata sul piano della carità”. Ci pensò alcuni giorni; probabilmente ne parlò col Vescovo, come era suo stile. Infine accettò. Non avvertiva fratture tra l’attività nell’Azione Cattolica e l’impegno politico a cui veniva chiamato, perché credeva che solo attraverso l’impegno politico potessero incarnarsi nella prassi e informare la società che si andava ricostruendo quegli ideali di solidarietà e di giustizia che la chiesa predicava e che lui ben conosceva dalla lettura delle encicliche pontificie.

Alberto inizia il suo lavoro nel partito in un momento difficile; all’iniziale collaborazione con le sinistre si era sostituito un duro scontro ideologico. La lotta fra i partiti era assai accesa; la contrapposizione delle idee radicale; spesso degenerava in risse vere e proprie: si abbattevano i “pulpiti” degli oratori, si tagliavano i fili degli altoparlanti... Lo scontro frontale avveniva inevitabilmente tra i due partiti di massa, la DC e il PCI. Anche in questa atmosfera, così poco favorevole al dialogo, Alberto sapeva trovare l’atteggiamento giusto: appassionato assertore dei principi ispiratori del suo partito, si teneva però lontano da ogni faziosità. Gli altri compagni di partito subivano il fascino della lotta, quasi che essa garantisse la solidità dei principi. Alberto attribuiva, invece, massimo valore ai principi e considerava spiacevoli incidenti le lotte che ne conseguivano. “Al ritorno dai comizi - così testimonia un amico - ci si scambiava opinioni e esperienze. Ciò che più colpiva nell’atteggiamento di Alberto era la serenità con cui riferiva episodi di grave faziosità degli avversari, i quali erano giunti anche a vie di fatto, tentando di impedirgli di parlare”.

Fare comizi non era un “mestiere” facile. Si doveva procedere tra fischi, urla, provocazioni di ogni sorta. Spesso si finiva per venire alle mani. Il fiducioso ottimismo di Alberto, espressione di un atteggiamento positivo di fronte agli uomini e alle cose, intuiva sempre la strada giusta per riuscire a comunicare. In un comizio tenuto a Spadarolo, gli “avversari” rovesciarono la tribuna preparata per l’oratore; Alberto non si scompose, con calma rimise le cose a posto e riuscì a farsi ascoltare. A S. Ermete, durante un altro comizio, riuscì a frenare il chiasso di un gruppo di scalmanati e terminare il suo discorso.

La sua parola era valorizzata dalla vita, che mai aveva deflesso dai quei principi che egli divulgava fra il popolo. Per questo non aveva nemici, neppure in politica. La politica per lui era amore, era l’estrema conseguenza della carità sociale e strumento di verità”. Egli metteva in pratica ciò che, nel lontano 1927, parlando ai Fucini, Pio XI aveva detto: “Il campo politico è il campo di una carità più vasta, la carità politica”. La vita di Alberto, la sua testimonianza, gridavano più forte di ciò che diceva con le parole.

Anche le riunioni interne della DC non erano facili: c’era un’acuta tensione fra gli anziani, provenienti dal vecchio Partito Popolare e i giovani, provenienti dalle associazioni cattoliche. Ancora una volta l’autorevolezza morale di Alberto diventava un insostituibile elemento di equilibrio.

Giovanni Ardissone, durante un corso di Esercizi spirituali della Società Operaia, ebbe modo di parlare con Alberto di questo “mondo nuovo” a cui bisognava andare incontro e che richiedeva generosità, donazione, sacrificio, rinuncia, ossia “una gara di virtù”. “Era una gioia scambiare con Marvelli questi grandi ideali, per sentire dentro di noi l’entusiasmo di affrontare ogni fatica e disagio, perché le parole di Gesù prendessero forma in noi con una donazione totale di servizio di professione e famiglia, ossia di laici, in un mondo laico da consacrare”. Il nuovo impegno politico - nel frattempo era stato nominato anche membro del Comitato provinciale D. C. - lo portò a rallentare il suo lavoro in Azione Cattolica e a lasciare la presidenza della associazione della sua parrocchia.

Il suo gesto non venne compreso da tutti.

“Egli intervenne - ci racconta Masinelli - e precisò che agiva in quella maniera perché pensava che erano i tempi in cui i cattolici dovevano impegnarsi uniti; che in quel momento lavorare nella D.C. era il modo migliore di esercitare il suo apostolato e aggiungeva che quando si fosse accorto che lavorare nella D.C. non era più utile per il mondo cattolico, avrebbe lasciato la politica”. Così Alberto ci dà la chiave di lettura del suo impegno nel partito: esercitare un apostolato.

 

L’ULTIMA GIORNATA

a 28 anni

Alberto a 28 anni

Aveva iniziato la giornata di quel sabato 5 ottobre ricevendo l’Eucarestia nella sua parrocchia alle ore 10,30. Aveva trascorso la mattinata in ufficio fra pratiche, problemi e gente da ricevere. Nel pomeriggio aveva tenuto un comizio a Miramare; poi era passato alla sede dei laureati in Santa Croce. Ad adorazione terminata - era il primo sabato del mese e i laureati partecipavano alla adorazione guidata dal Vescovo - incontrò alcuni amici. La signorina Massani gli consegnò un assegno che monsignor Montini aveva mandato alla diocesi per le attività dei Laureati Cattolici. Alberto lo mise in tasca con l’intenzione di “girarlo” alla cassiera del movimento. Si fermò ancora qualche minuto rammaricandosi che non si fosse lavorato molto per le elezioni.

Volò di corsa verso casa. Sulla piazzetta della Chiesa di Maria Ausiliatrice si fermò a parlare con l’amico Pasquale Montevecchi, concludendo con il consueto ottimismo: “il bene avrà sempre il sopravvento sul male”.

A casa mangiò in fretta; doveva tenere l’ultimo comizio a S. Giuliano a Mare. Non fumò neppure la solita sigaretta. Salutò in fretta la mamma sulle scale. Saltò sulla bicicletta. Erano le ore 20.30. Passò da un amico che doveva andare con lui; poiché non era pronto gli disse che l’avrebbe preceduto per dare all’amico Masinelli le istruzioni sul seggio per la mattina seguente. A duecento metri da casa, superato l’albergo “Stella polare”, fu investito da un camion militare, che ritornava sulla destra dopo aver sorpassato un filobus in sosta alla fermata. Il camion, che andava a folle velocità, lo colpì al capo con il gancio della sponda laterale, scaraventandolo contro il muretto di cinta di una villa.

I passeggeri del filobus vedono agghiacciati la scena e chiamano soccorso. Immediatamente il dottor Gaddi lo fa trasportare dal filobus stesso fino alla fermata di via Pascoli dove si trova la Casa di cura “Villa Assunta”. Alberto non ha ferite, ma ha perso conoscenza, per il forte colpo alla testa. Masinelli accorre subito e lo assiste amorevolmente, accorre il parroco don Travaglini, che gli amministra l’Unzione degli infermi. L’infermiera Lina Tordi ha ancora viva la scena: “Il dott. Contarini arrivò in due minuti; mi fece preparare una iniezione di adrenalina, che non servì a nulla. Gli ho sfilato il fazzoletto dal taschino, ne è uscita anche la corona del rosario. Lo lasciammo nella camera del pronto soccorso. Continuava a fare un rantolo, ma già il polso non c’era più”. Gli fu praticata anche la respirazione artificiale. Inutilmente.

La mamma accorse subito con il fratello Giorgio e lo assistette con coraggio e fortezza eccezionali, durante le due lunghe ore di agonia fino alla morte, che avvenne senza che Alberto riprendesse conoscenza. Racconta la maestra Frangipane: “Morì fra le braccia della madre, che in quella circostanza mostrò una fortezza eroica”. Quando anche l’ultimo respiro cessò, in una angoscia senza lacrime, mormorò: ”Perché, Signore ?”. Agli amici che venivano rivolgeva frasi spezzate: “Alberto è morto”. “Lei che ha tanta fede, mi può spiegare perché è successo questo?”.

Poi si fece accompagnare a casa per prendere gli abiti per rivestirlo.

Fu subito allestita la camera ardente. “Alberto, vestito di bianco, con l’aspetto di un dormiente: era serenissimo”. “Conservava l’abituale franco sorriso”. Tutta la notte fu vegliato dagli amici e da tutti quelli che avevano saputo la triste notizia. Piangevano e pregavano.

Di ritorno dal Convegno di Azione Cattolica a Imola, si fermarono anche il presidente nazionale della GIAC, Luigi Gedda, e l’assistente mons. Federico Sargolini. Gedda volle vedere la camera di Alberto, come l’aveva lasciata la sera prima: sul comodino la Bibbia ed il libro di meditazione “ Getsemani”. Nel vestito, che portava nel momento dell’incidente, l’ufficio della Madonna e il santino ricordo degli esercizi spirituali di Rho. Il giorno dopo la camera ardente fu allestita nella chiesa dei Salesiani. Centinaia e centinaia di persone, di tutti i ceti, la visitarono: dal vecchio sindaco socialista, ai politici, agli amministratori, agli amici, ai poveri.

Intanto la città veniva tappezzata di manifesti che esprimevano il dolore per la perdita della sua irrompente giovinezza e elogiavano le sue virtù umane e cristiane. Anche la cellula comunista di Bellariva scrisse: “I comunisti di Bellariva si inchinano riverenti e salutano il figlio, il fratello che tanto bene ha sparso su questa terra”.

Il funerale si svolse il martedì 8 ottobre alle ore 15 nella chiesa dei Salesiani. C’era tutta Rimini. Non fu un funerale, ma un trionfo. La bara fu portata a spalle dagli amici dalla chiesa al cimitero, con un corteo che si estendeva per circa tre chilometri. Al passaggio della bara si abbassavano le saracinesche dei negozi; le campane delle chiese suonavano; la gente ai lati della strada si inginocchiava e piangeva. Qualcuno toccava la bara con le mani o con altri oggetti o fazzoletti, quasi a volerne conservare più a lungo il ricordo. Alcune mamme incitavano i bimbi, che tenevano in braccio, a mandare baci verso la bara. Fra la folla molti i poveri; alcuni, disperati, dicevano: “Chi ci aiuterà adesso?”. Al momento dell’ultimo saluto degli onorevoli Carlo Salizzoni e Raimondo Manzini, sul largo piazzale di viale Tiberio, molti singhiozzavano.

Fu sepolto al cimitero di Rimini nella tomba della famiglia Rastelli, con una semplice lapide, su cui era scritto: “Alberto Marvelli operaio di Cristo 21-3-1918 - 5-10-1946”.

 

UN CUORE PURO

alberto

La conquista della “purezza” non fu facile, ma per raggiungerla, sempre attento e vigilante, Alberto seppe mettere in atto tutti i mezzi naturali e soprannaturali di cui disponeva.

"Vivere in purezza. Come si apprezza questa virtù in mezzo a tanto fango! Ma è difficile conquistarla? E' difficile per chi crede riuscirci coi mezzi umani, ma per chi si alimenta alle sorgenti inesauribili della grazia e dell'amore, sorretto dall'Eucarestia, dalla meditazione e dalla volontà, essa è raggiungibile". Alberto desiderò la purezza come mezzo di comunione con Dio, per un bisogno di coerenza con se stesso e di radicalità evangelica. Ne parla spesso nel suo Diario. La purezza non è soltanto frutto di lotta, di conquista, di dominio delle passioni e fuga dai pericoli, ma è sentita come un nuovo modo di vivere, di sentire, in sintonia col creato e le creature: è distacco, è umiltà, è desiderio del cielo, è contemplazione.

La purezza è luce, è gioia; irradia il cuore.

La purezza diventa fondamento di una visione nuova, serena del mondo; ridona la semplicità dello sguardo sulla creazione e porta a Dio.

Un animo puro si apre alla contemplazione di Dio; gusta l'intima unione con Lui; adora l'Eucarestia. "Ma soprattutto un cuore puro gusta le gioie dell'anima, dell'unione intima e continua di Dio, della contemplazione delle sue sembianze sotto forma del SS Sacramento. Che mondo nuovo, formato di impressioni infinite per dolcezza e potenza, ma al medesimo tempo così certe della loro origine, mi si è aperto contemplando Gesù sacramentato!".

La contemplazione di Dio gli chiede una sempre maggiore purezza, luce di penetrazione nel mistero, fedeltà alle ispirazioni dello Spirito. "Dalla contemplazione del SS Sacramento sempre più necessaria mi appare la purezza completa di noi stessi. Che io non diventi un impuro, Gesù!".

La purezza, vissuta in maniera così decisa e al tempo stesso così gioiosa, non poteva non trasparire dal suo volto e da tutta la sua persona. La purezza non è virtù nascosta, ma ben visibile. E molti testimoni hanno "visto" la sua purezza; Alberto ne è stato un testimone limpido e sereno.

Nessun complesso nel rapporto con le ragazze; le trattava con quella interiore libertà di spirito, che è segno di castità perfetta.

La lotta per la purezza non aveva spento o deformato la sua sensibilità né la sua capacità di amare una donna. Anzi l'aveva sublimata, l'aveva portato a cogliere la vera essenza dell'amore. Quando scriverà alla ragazza che vorrebbe sua sposa, si esprimerà con parole semplici, ma ricche di un sentimento non comune: "...l'ho sentito di nuovo battere il mio cuore per te, dopo che ti ho rivista sempre bella e con gli occhi un po' mesti, ma tanto buoni".

2018
Novembre
14
Mercoledì

S. Giocondo vescovo